Per anni e anni insomma, avevo vissuto senza accorgermene.

Avevo fatto tutto quello che mi avevano detto di fare con scrupolo, meglio che potevo: ma senza cercare di conoscerne il motivo, senza cercare di capire.

Un uomo deve avere una professione, e la mamma aveva fatto di me un medico; deve avere dei figli, e io ne avevo; deve avere una casa e una moglie, e io le avevo. Deve svagarsi, e io giravo in automobile e giocavo a bridge e a tennis. Deve prendersi delle vacanze, e io portavo la famiglia al mare.

La mia famiglia! La guardavo, seduta al tavolo della sala da pranzo, e mi pareva quasi di non riconoscerla. Guardavo le mie figlie: tutti dicevano che mi somigliavano.

In che cosa? Perché?

E che ci faceva quella donna nella mia casa, nel mio letto?

E le persone che aspettavano pazientemente in anticamera e che facevo entrare una ad una nel mio studio?

Perché?

Continuavo a fare i gesti di ogni giorno, ma non creda che fossi infelice; avevo soltanto l'impressione di girare a vuoto.

Allora mi sono sentito pervadere a poco a poco da un'inquietudine vaga, talmente vaga che non so come parlarne.

...

Tutto si è svolto in modo tanto impercettibile che, come ho detto, non riesco a ricordare quando quel mio malessere abbia avuto inizio, nemmeno con un'approssimazione di un anno o due. Non me ne rendevo conto: siamo stati talmente abituati a pensare che ciò che esiste esiste, che il mondo va bene così come lo vediamo, che dobbiamo fare questo o quello e non agre diversamente ...

 

da: Georges Simenon. Lettera al mio giudice. Adelphi Edizioni. Milano,1990.
http://www.adelphi.it/libro/9788845907845

 

 

Ultimo aggiornamento ( Domenica 27 Novembre 2011 09:36 )