La resilienza esprime la capacità di un sistema di ritornare a uno stato di equilibrio in seguito a una perturbazione. Se trasferiamo il concetto di resilienza dalla fisica alla salute, vediamo che il nostro organismo reagisce a shock, eventi traumatici, stress in modi talvolta sorprendenti. 

Il termine resilienza deriva dal latino resilire che vuol dire rimbalzare. La resilienza misura, nella fisica meccanica, la resistenza all’urto di un materiale ed esprime la qualità opposta alla fragilità. Viene calcolata dall’energia necessaria per spezzare una barra del materiale in esame.

Questo concetto si può applicare anche alla dinamica dei liquidi: in questo caso esprime la capacità e il tempo, di un sistema, di ritornare a uno stato di equilibrio in seguito a una perturbazione. Nel caso, appunto, della dinamica dei liquidi: il sasso nello stagno.

Tale concetto fu ripreso dalla psicologa americana Emmy Werner nel 1992 in uno studio trentennale iniziato negli anni ’60, che analizzava il grado di reazione, positiva o negativa, di ragazzi esposti a rischi sociali quali droga, bullismo, delinquenza, povertà. In seguito è entrato ampiamente nel linguaggio psicologico per indicare la possibilità, espressa in energia e tempo, da parte di ognuno di noi di fronteggiare eventi traumatici, psicologici o fisici, ripristinando l’equilibrio precedente o, addirittura, migliorandolo.

 

Il concetto di resilienza è fortemente positivo, anche quando è trasposto in medicina. Studi condotti da Elena Malaguti, Centro Studi Erickson, hanno identificato le diverse tipologie di traumi cui si può opporre la resilienza:

congiunturali, dovuti a catastrofi naturali

strutturali, provocati da gravi di-stress quali guerre, genocidi, povertà estrema

misti, per gravi patologie invalidanti

 ed è questo terzo tipo che più interessa la medicina e che più ci tocca da vicino.

 

Voglio riportare quattro esempi:

Philip Kindred Dick, a diciotto anni, diagnosi di schizofrenia ebefrenica ovvero scissione della personalità e perdita del senso di realtà. Trasforma la sua mente vagabonda piena di voci, allucinazioni e fughe di idee deliranti in una mente creativa e diventa uno dei più grandi scrittori moderni di fantascienza. 

John Forbes Nash, affetto da una grave forma di paranoia, ottiene il premio Nobel per i sui studi sugli algoritmi.

Stephen William Hawking, a vent'anni, nel 1962, gli viene diagnosticata la sclerosi laterale amiotrofica (SLA) con una prognosi di vita di 2 anni. Nonostante ciò si sposa con una sua compagna di studi, ha tre figli, divorzia nel 1990 e si risposa con la sua infermiera. Alle soglie dei settant'anni ha un corpo devastato dalla malattia ma la mente del più grande scienziato cosmologico vivente, che ancora si arrovella sui buchi neri, sui possibili altri universi (multiverso) e sulla teoria unitaria delle quattro grandi forze della natura.

E che dire di Steve Jobs, il creatore di Apple mancato in questi giorni, che ha reagito alla terribile diagnosi di tumore del pancreas, sopravvivendo  per sei anni e creando iMac, iPod, iTunes, iPhone, iPad, iCloud, strumenti che hanno cambiato la nostra vita quotidiana.

Sebbene si tratti di esempi completamente diversi, nei primi due casi c'è una grave malattia della mente, nel terzo del corpo e nel quarto lo shock più violento che si possa ricevere, in tutti i casi, però,  si è avuta una resilienza fortemente positiva.

 

Che cosa avviene dunque nel nostro organismo al momento di una diagnosi di malattia grave e inguaribile? Quali reazioni si possono avere a livello neuronale ma anche in tutte le altre cellule? È davvero come gettare un sasso nello stagno creando una grave perturbazione. Probabilmente si scatena una tempesta a livello cerebrale con sovvertimento dei neurotrasmettitori, ma sono coinvolti anche i sistemi immunocompetenti ed endocrini in quanto fortemente correlati al sistema nervoso.

Una mia ipotesi, un po' fantascientifica, mi induce a pensare che ogni cellula del nostro organismo subisca una grave perturbazione e che solo con l'investimento di tempo ed energia possa ritrovare il precedente assetto normale.

Voglio pertanto integrare con l'indicazione delle reazioni organiche, perfettamente aderenti alla realtà clinica, i dati  psicologici descritti da Elisabeth Kübler-Ross, psicologa americana, eminente studiosa  delle modalità di reazione psicologiche a fronte della diagnosi di tumore:

shock con distress: fase cortisolica e grave calo delle difese immunitarie

rabbia: fase di allarme adrenergica

depressione: netto calo della serotonina cerebrale

reazione: ripresa dell’equilibrio dei sistemi GABA ed endocannabinoidi.

A questo punto si possono avere due diverse reazioni:

la resilienza, che richiede una compartecipazione attiva e dinamica

l'accettazione passiva, che porta all’evento finale.

 

Se pensiamo a gravi shock è facile oggi rivedere nelle immagini della devastazione dello tsunami in Giappone quelle piccole donne piegate dalla sventura, alla disperata ricerca di una foto, una scarpetta, un golfino,  per poter ricominciare a vivere. Sono i primi segni della resilienza, un patrimonio genetico che ciascuno di noi possiede, un'energia cerebrale che il più delle volte rimane sopita e neanche sappiamo di avere e che si manifesta in tempi diversi da persona a persona. 
Questa energia si può mettere in azione proprio dopo gravi eventi personali, o sociali, perché le leggi fisiche dell’entropia tendono  a ripristinare lo stato iniziale, sia pure spendendo molte energie e tempo. A ben considerare, senza questa caratteristica insita nel nostro DNA la specie umana, più intelligente ma più fragile, forse non sarebbe sopravvissuta agli sconvolgimenti ambientali, alle guerre devastanti, alle epidemie, agli ostacoli che una natura indifferente sembra frapporre al cammino dell’umanità. La resilienza è nella saggezza del proverbio "non tutti i mali vengono per nuocere".

Gianni Baiotti
Già Primario di Medicina Interna, Ospedale Molinette di Torino.
Libero Docente in Semeiotica Medica.
Docente di Corsi di Umanizzazione della Medicina.
Docente di Cultura Medica all’UNITRE di Torino e di Collegno.
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Bibliografia

Emmy Werner. The children of Kauai: resililiency and recovery in adolescence and adulthood. Journal of Adolescent Health. Vol.13; 262 – 268.
http://psycnet.apa.org/psycinfo/1992-42676-001
Cyrulnik B., Malaguti E. Costruire la Resilienza. Centro Studi Erickson. Gardolo (Tn) 2005.
Philip Dick. Pessimismo e Fantascienza. 1953.
White M., Gribbin J. Nel segno di Galileo. 1996.

 

 

Ultimo aggiornamento ( Domenica 10 Marzo 2013 09:00 )