Tutto l’ecosistema terrestre è mantenuto in equilibrio grazie a eventi concatenati e finalizzati e all'altruismo.

 Il concetto di catena è stato adottato dalla natura per mantenere la vita su questo granellino di sabbia che è la terra. Solo concatenando, con valenza biunivoca, minerali – vegetali – animali, si può mantenere un equilibrio fra quello che viene consumato e quello che viene prodotto da milioni di anni. Se un solo anello della catena, dai batteri all’uomo, venisse alterato o peggio distrutto, sia a monte che a valle, si avrebbero gravi ripercussioni fino all’estinzione della vita.

L’enorme importanza della concatenazione del mondo vegetale e animale per risolvere il problema dell’assorbimento della CO2 e del ciclo dell’ossigeno, non è più sostenuto solo dalle piante bensì dalla biomassa del fitoplancton marino. Oggi, però, noi dobbiamo dire che in questa catena entra anche il mondo minerale, apparentemente così lontano dalla materia vivente.

In effetti che cosa siamo noi?  Circa 50 litri di H2O, 5 Kg di minerali e 15 Kg di batteri che ospitiamo dalla nascita. Quindi è ben giusto il detto: "memento homo quia pulvis es et in pulverem revertebis".


Parlando della catena alimentare occorre tenere presente che tutto l’ecosistema terrestre è mantenuto in equilibrio grazie a questi eventi concatenati e finalizzati. Vediamo più da vicino come si svolge questa concatenazione: gli animali si possono suddividere in tre categorie:

·      Erbivori: Mammiferi – Primati.

·      Carnivori: Felini.

·      Onnivori: Uomo.

L’uomo è passato nel processo evolutivo attraverso questi stadi, ma il salto di qualità avvenne con la cottura delle carni: scoperto il fuoco che scaldava le grotte e le illuminava tenendo lontane le fiere, si pensò al… barbecue.

Le carni cotte subivano una trasformazione fortemente positiva:

·      Sterilizzazione: le carni mangiate crude erano veicoli di malattie (tenia e altre parassitosi erano le più leggere!).

·      Rottura delle macromolecole proteiche e di glicogeno che  le rendeva più digeribili.

Quando poi, le donne massaie – raccoglitrici, pestarono i semi di cereali e mescolarono quella farina con l’acqua e buttarono questo impasto sulle pietre bollenti ottennero il pane.

Fu proprio questo viraggio alimentare che permise al genere Homo di staccarsi dai Primati (le scimmie antropomorfe: orango – scimpanzé – bonobo) dai quali ci distinguiamo a mala pena per un 2% del genoma equivalente circa a 800 geni su 40.000.

 

A ben guardare, quindi, la catena alimentare è basata su un concetto apparentemente crudele: mors tua, vita mea. In natura, però, l’idea del male e del bene non esiste. Fa male il leone a sbranare una povera gazzella e fa bene l’uomo a mangiare una bistecca di vitello?

Esiste, tuttavia, nel regno animale un fenomeno strano che sembra contraddire tale legge fondamentale: è l’altruismo; talmente diffuso, dai batteri all’uomo, che ha sempre rappresentato un problema di bioetica.

 

Nel 1964 William Hamilton lo ha addirittura condensato in una formula matematica:

rb – c > 0 
r (grado di affinità) –  b (beneficio prodotto dall’azione per chi lo riceve) –  c (costo pagato da chi la compie)

che stabilisce quando un sistema si evolverà o meno nel comportamento altruistico in funzione dei suoi costi/benefici.

Un esempio che tutti conoscono è quello della marmotta sentinella che rischia la vita per avvertire del pericolo gli altri componenti del gruppo intenti a mangiare. Va distinto dall’amore per la prole finalizzato, giustamente, dalla natura che privilegia la specie e quindi la prole al singolo genitore: l’uccello che si fa pestare dalla grandine per salvare i pulcini sotto le piume.

 

A questo punto entra in scena uno studioso, Dario Floreano, italiano che lavora in Svizzera, direttore dell’Istituto di Robotica del Politecnico di Losanna. Ha fatto evolvere per 500 generazioni, modificando i software, 200 diversi gruppi di Robot. Ogni gruppo doveva "raccogliere del cibo (bulloncini di ferro)”. Il successo era dato dalla quantità di cibo che i robot riuscivano a raccogliere adottando strategie egoistiche o cooperando per ottenerne di più ma condividendo il beneficio. Assegnando punteggi diversi gli sperimentatori determinarono il costo e il vantaggio della cooperazione. Alla conclusione dello studio, Floreano riferisce: "l’esattezza della formula di Hamilton ha sorpreso noi stessi: in ogni condizione, non appena si raggiungono i valori previsti, scatta l’altruismo".

Si sottolinea che il termine altruismo nel nostro lessico ha una valenza etica e morale che però esula del tutto dal concetto biologico da noi trattato. Perché mai un essere vivente (batterio o uomo) dovrebbe aiutare l’altro a sopravvivere sapendo che questo potrebbe diventare un suo nemico? 

Hamilton sostiene che il comportamento altruistico è utilitaristico. Questo bio-matematico, darwiniano convinto, pubblicò nel 1981, assieme ad Axelrod, un articolo fondamentale su Science dal titolo "The Evolution of cooperation", dove dimostrò che l’altruismo reciproco (Trivers), cioè non familiare, era legato a fattori genetici. Nel processo evolutivo della selezione naturale viene privilegiato il genoma a confronto dell’individuo.

Se questo comportamento si ritrova dai batteri all’uomo nulla impedisce di pensare che i geni relativi potrebbero aver trovato un vantaggio evolutivo che è in definitiva la legge alla base della teoria di Darwin.

 

Gianni Baiotti
Già Primario di Medicina Interna, Ospedale Molinette di Torino.
Libero Docente in Semeiotica Medica.
Docente di Corsi di Umanizzazione della Medicina.
Docente di Cultura Medica all’UNITRE di Torino e di Collegno.
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Immagine di chatchaisurakram - Fotolia.com

Ultimo aggiornamento ( Domenica 03 Febbraio 2013 18:04 )