Più la tecnologia avanza, più ricerchiamo nella classe medica le antiche doti di umanità del vecchio medico condotto.

Anche se tutte le generazioni passate sono state convinte di subire una trasformazione, positiva o negativa, più o meno rapida e sconvolgente (ricordiamo i laudator temporis actis) possiamo ben dire, a rigor di logica, che l’evoluzione tecnologica del XX° secolo è stata dirompente facendoci trovare impreparati!

Una bella relazione del prof. Sesia intitolata “Dalla candela al laser centra in pieno il problema della nostra generazione. L’umanità intera e la classe medica sono, pertanto, entrate in crisi.

Il termine crisi deriva dal greco Krisis che ha molti significati: giudizio, separazione, scelta e altri ancora. Anche nel nostro linguaggio comune si può usare in modi diversi: una crisi di nervi  per indicare un improvviso stato eretistico; una crisi di governo per significare la caduta del governo stesso; una crisi morale per evidenziare un possibile giudizio diverso in una situazione esistenziale.

Nel nostro caso è più indicata l’accezione di scelta: la medicina attuale è in crisi perché deve scegliere quale strada prendere; è a un bivio che forse non aveva mai immaginato di dover affrontare.

Tecnologia e umanità

La tecnologia la spinge verso metodiche sempre più sofisticate e affascinanti, apparentemente lusinghiere, ma sempre più lontane dalla persona umana ormai ritenuta più un corpo da manipolare.

Basti pensare a tutte le diatribe, le discussioni e le leggi assurde o mai emanate riguardanti la procreazione assistita o il testamento biologico. I due momenti più naturali della nostra vita, la nascita e la morte, sono manipolati con decisioni politiche (di sinistra?… di destra?… o, peggio, moralistiche…).

Su tutte le riviste mediche fioriscono lunghi articoli inquietanti:

  • Riflessioni su un rapporto in crisi.

  • Le ragioni della crisi.

  • Alcune cause della crisi attuale. (Ne vengono elencate almeno 15).

Di fronte a questi scenari è lecito il dubbio per l’intera classe medica: dove si andrà a finire?

Il rapporto medico-paziente nella società liquida

Tutto, è centrato sul rapporto medico-paziente, una relazione biunivoca ma asimmetrica che è impossibile rendere paritaria.

Il paziente sarà sempre dipendente dalla competenza umana e professionale del medico, non disponendo della possibilità di valutare la correttezza della diagnosi e della terapia (con buona pace del consenso informato).

È proprio questo delicatissimo rapporto che si sta allentando.

Noi viviamo oggi nella cosiddetta società liquida, senza più certezze né sponde o regole sicure con confini non definiti e variabili.

Anche, e soprattutto, la medicina per la sua particolare e peculiare finalità umana, risente in modo grave di questo stato.

È meglio tornare indietro al medico condotto o affidarci del tutto al dott. Da Vinci? 

Ideato nel 2000 dall’Intuitive Surgical americana, Da Vinci ha avuto il suo lancio mondiale in un piccolo ospedale italiano, a Grosseto, diventato in breve tempo il centro di addestramento per i chirurghi robotici. In Italia sono molti gli ospedali e gli istituti di cura che hanno un Da Vinci. Anche loro, però, invecchiano e i robot di ultima generazione si stanno svincolando dalla consolle umana che ancora lo guida, ma si affidano sempre di più all’intelligenza artificiale del computer che elabora le immagini tridimensionali inviate dal robot e decide come farlo muovere.

Tutti noi, ancorati a un passato umano e con un piede nell’era altamente tecnologica, cerchiamo di mediare queste due modalità onde non trasformare il rapporto interpersonale medico-paziente in un rapporto impersonale.

Più progredisce la tecnologia, più si richiede umanità

L’ascolto empatico del paziente (anamnesi), la ricerca dei segni clinici della malattia (semeiotica) e, solo dopo, gli esami strumentali di conferma dell’ipotesi diagnostica, sono sempre stati i capisaldi della medicina.

E’ incredibile che proprio oggi che la ricerca medica ha raggiunto traguardi insperati, si stia assistendo a una divaricazione devastante fra medico e paziente: il paziente è sempre meno soddisfatto del Servizio Sanitario che pure sarebbe fra i migliori del mondo e dall’altra parte il medico sempre più impegnato in mille problemi burocratici e, diciamolo pure, sempre più impaurito dal porre una diagnosi clinica: la conseguenza è un vertiginoso quanto incomprensibile aumento delle spese sanitarie ormai incontrollabili. La stessa tecnica robotica, pur all’avanguardia, costa tre volte tanto quella tradizionale.

L’umanizzazione della medicina potrebbe iniziare di nuovo dall’Università dove si dovrebbe insegnare, accanto all’aspetto scientifico, l’approccio umanitario alla persona malata che mai come oggi si sta dimostrando fondamentale. Qualche timido tentativo è stato fatto anche a Torino ma è sempre stato vanificato dalla mole di nozioni tecniche che devono essere insegnate e che comunque devono far parte del bagaglio nozionistico-scientifico del futuro medico. Dapprima si erano resi volontari il corso e il colloquio finale, ma non era frequentato. Poi, si è reso obbligatorio il solo esame finale e anche in questo caso non si presentava quasi nessuno studente.

La professionalità che dovrebbe stare nell’unione del cervello e del cuore nel medico sta diventando sempre più algida, con figure sempre più parcellate (le micro-specializzazioni) e sempre più lontane viste con un misto di timore reverenziale e astio dai pazienti stessi.

Paradossalmente più la tecnologia avanza, più sono ricercate quelle antiche doti di umanità.

Un esempio caratteristico è quello dei falsi medici non laureati. La legge persegue, giustamente, questi truffatori che però, dalle interviste ai pazienti appaiono: bravi, comprensivi e disponibili, come se poco importasse di quel pezzo di carta appeso al muro. Se noi esaminassimo questi eventi in profondità ci renderemmo conto che spesso alla persona-medico sono richieste più doti umane che scientifiche.

Non è sufficiente affidare la medicina all'EBM (evidence based medicine) per tranquillizzare il medico: "ho somministrato il farmaco indicato dal protocollo, il paziente è guarito, quindi sono bravo e sto tranquillo". Perchè questo è un dato puramente statistico-probabilistico, difficilmente adattabile all’infinita variabilità del singolo soggetto.

L’evento morboso grave, qualunque esso sia, sconvolge in profondità non solo l’organismo ma anche e, soprattutto, la mente del paziente a tal punto che cambia addirittura la percezione del mondo esterno. Solo se il medico è in grado di comprendere questi cambiamenti potrà veramente accogliere la persona sofferente che sta cercando una possibile guarigione o, perlomeno una speranza e, soprattutto, comprensione!     

Gianni Baiotti
Già Primario di Medicina Interna, Ospedale Molinette di Torino.
Libero Docente in Semeiotica Medica.
Docente di Corsi di Umanizzazione della Medicina.
Docente di Cultura Medica all’UNITRE di Torino e di Collegno.
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Immagine di apertura di Robert Kneschke - Fotolia.com


 

 


 






 

Ultimo aggiornamento ( Martedì 28 Agosto 2012 15:19 )